Il vento è la potenza del mare: sospirato dall’alto, dona forza alle onde per muovere le correnti, e così uomini, mercanti, navi e merci. La sua importanza la si è sempre riconosciuta, fin dall’antichità. Iniziando questa breve rassegna di passi letterari, è utile considerare come il discorso critico abbia nella sua convergenza anche la critica letteraria, condensandosi nell’etica ambientale e nelle scienze naturali. Pertanto, come osserva Serenella Iovino, il lettore possiede una sua capacità intrinseca di voler interpretare il testo. E, nel testo, possiamo trovare due linee di interpretazione: una storico-ermeneutica, collegata alla volontà di ricostruire l’immagine del rapporto fra umanità e natura; una etico-pedagogica, atta a fornire gli strumenti per contribuire a migliorare il rapporto con l’ambiente circostante.
Quando si tratta di elementi naturali, l’aria è uno dei protagonisti della letteratura. Dalla classicità alle storie contemporanee, dalle prime prose poetiche alla pericolosa qualità dell’aria in cui viviamo, a causa dell’inquinamento e di riscaldamento globale, il vento si fa portavoce di una società che è sempre stata in bilico con esso, un equilibrio precario tra la necessità e la volontà di cambiamento, e la noncuranza della sua importanza.
Si pensi al Canto X dell’Odissea, opera poetica attribuita all’autore Omero (IX-VIII sec. a.C. ca.), in cui Odisseo riceve da Eolo, il sovrano dei venti, un otre di pelle, legata da una corda di argento, elemento che fa riferimento alla purezza. Questo contiene tutte le correnti sfavorevoli, lasciando libero solo Zefiro, il vento che culla le navi verso un viaggio sereno e senza ostacoli.
E quando poi gli chiesi congedo, che andar mi lasciasse,
non vi s’oppose in nulla, ma cura si die’ del viaggio.
Tolse le cuoia a un bue di nove anni; e, foggiatone un otre,
quivi rinchiuse e legò le furie dei venti mugghianti (…)
Quindi per me lasciò spirare di Zefiro un soffio
che sospingesse la nave con noi.
Omero, Odissea, Castel Bolognese, Itaca 2011 (trad. it. Ettore Romagnoli)
Ciò che è interessante notare è come i venti siano personificati: dalla loro composizione e loro indole, dipendono le rotte dell’essere umano, delle proprie sventure o vittorie. Zefiro, il vento che soffia verso l’avventura più ottimista, diventa l’opportunità per raggiungere finalmente casa. I compagni dell’eroe, però, aprono l’otre mentre egli dorme, convinti che esso contenga dei tesori che Odisseo non vuole condividere con loro; questo scatena una tempesta violenta, che li sospinge nuovamente verso Eolo, il sovrano, che non donerà loro più alcun ausilio. Nell’Odissea, dunque, il vento è la mano visibile del destino: che si tratti di un dono salvifico o di una furia distruttiva, questo spetta deciderlo agli dèi.
Il vento ha una caratteristica duplice per l’ecosistema letterario: esso è propiziatorio e un alleato importante, ma può essere anche piuttosto distruttivo e portatore di sventure. Ne sono un esempio le parole di Giovanni Pascoli, all’interno della poesia Il vento (1872):
(…) Vento del Nord che porta
e neve e fame e stento:
la macchia irta e contorta
ulula di spavento.
G. Pascoli, Poesie varie, Bologna, Zanichelli 1914.
Nel Pascoli, l’azione motrice dell’aria diventa un’arma oscura che porta «sventura» (v. 14), non riuscendo a garantire la stabilità della natura e, soprattutto, della società. Il fruscio delle foglie è un crescendo di suoni, la dissolvenza della violenza si manifesta sul suolo. La fame, la neve e la miseria sono due temi molto importanti nella letteratura del Novecento: si pensi a Mario Rigoni Stern, autore de Il sergente nella neve (1953), in cui sono contenute le tragiche sventure della ritirata italiana durante la campagna di Russia (1943). Qui, Rigoni Stern narra di condizioni climatiche estreme, un soffio di vento gelido che si abbatte sulla steppa russa, rendendo la ritirata difficoltosa e avversa.
L’autore italiano Mauro Corona descrive il vento come causa del gelo, evocando particolari influssi pascoliani: la stagione invernale, scandita da un linguaggio simbolista, è dipinta con tratti oscuri e rigidi, interrompendo la sacralità della natura primaverile ed estiva. Mediante le parole del protagonista di uno dei suoi innumerevoli romanzi, dichiara che
Si crede che il vento sia tutto uguale, una forza invisibile che muove e spinge tutto quello che trova. Invece no. Il vento delle montagne non è quello del bosco o delle radure. Così come quello che soffia sui campi non è quello dei pascoli alti. (…) Si differenziano dal soffiare, da come si muovono, da quanto durano (…) Poi c’è il vento delle gole rocciose che viene fuori rotolando come un tuono. Spinto a forza nelle strettoie, si mette a urlare e fischiare come qualcuno che chiede aiuto.
M. Corona, Quattro stagioni per vivere, Milano, Mondadori 2022, p. 76.
Il vento si fa metafora nella tradizione italiana: anche Eugenio Montale (1896-1981), nel proemio In limine (1924), contenuto nella raccolta Ossi di seppia (1925), racconta i quattro elementi con vivide immagini, personificati e vitalizzati. Il vento, nello specifico, rappresenta quell’ondata di vita che regala godimento. Qui, il vento scuote l’esistenza umana, realizzando la potenzialità che possiede l’aria: una realtà immobile è scossa da un sussulto di speranza, incentivando a una nuova direzione da prendere per migliorare la propria esistenza. La tensione positiva del vento si rivela quindi in opposizione con la visione di Corona: dal vento maligno, che soffia per irrigidire gli uomini e la natura in cui abitano, a un soffio caldo ristoratore, in grado di aiutare l’uomo a superare le proprie difficoltà.
Diversamente avviene nella poesia L’agave sullo scoglio (1925), in cui Montale parla dei venti Scirocco, Tramontana e Maestrale come venti che si uniscono in un’unica azione, portando il poeta a risentirne la sensazione di impotenza dinanzi allo scorrere inarrestabile delle cose. La fugacità della vita (le onde del mare e il vento che soffia sulla superficie) entra in contrapposizione con ciò che rimane immobile (la sua vita, descritta come una pianta di agave).
Anche nella cultura europea, il vento è un elemento connotato da dettagli critici e quasi negativi. Ne è un esempio la poesia di Percy Bysshe Shelley (1792-1822), Ode to the West Wind (1820):
Wild Spirit, which art moving every where;
Destroyer and preserver; hear, O, hear!
(…)
Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail will burst: O, hear!
In questo breve passo si può notare come la distruzione della natura, del campo e del giardino, è causata dal vento, in questo caso dell’Est: il cielo si oscura, le nuvole sono spostate da una massa violenta d’aria («Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed») e il caos sembra riversarsi sulla terra.
Quando si cerca di collegare il vento con la letteratura, è utile rimandare a qualche cenno di critica letteraria: si pensi alle parole di Cheryll Glotfelty, la quale dichiara che
in addition to human language, there is also the language of birds, the wind, earthworms, wolves and waterfalls – a world of autonomous speakers whose intents (…) ignores at one’s peril.
C. Glotfelty, H. Fromm, The Ecocriticism Reader. Landmarks in Literary Ecology, Georgia, University of Georgia Press 1996, p. 15.
L’autrice qui afferma l’esistenza della polifonia della natura: la parola entra nella natura e ne modifica i paradigmi e le forme, plasmando l’elemento naturale sul verso letterario, adottando i suoni delle piante, del sottobosco, delle chiome degli alberi, della fauna e i venti che corrono liberi fra le fronde arboree. Il già citato Corona paragona il vento a dita affusolate che suonano il grande pianoforte della natura e, con le sue impronte, riesce a modificarne la melodia, trasformandone le note, ovvero ciò che abita il bosco.
Intersecando la musicalità della natura alla letteratura, ne scaturisce anche una riflessione sul sentimento che il vento adduce: la critica foscoliana ha riconosciuto nel sonetto Alla sera una ricerca di un equilibrio interiore, raggiunto dal poeta grazie alla contemplazione della sera. Grazie al binomio moto-quiete, Ugo Foscolo permette di rappresentare i due poli dell’esistenza umana: vita e morte. La lettura può essere condotta attraverso la lente delle stagioni: se l’estate (liete le nubi estive) e la primavera (zeffiri sereni) rimandano a una tranquillità finalmente ritrovata, ecco che l’inverno (nevoso aere; inquiete tenebre) rimescola i sentimenti.
Concludendo questa breve rassegna di passi letterari, mi riconnetto alla tradizione classica con cui ho iniziato. L’enumerazione dei venti è sempre stata di fondamentale importanza, poiché necessari per navigare e comprendere meglio i mari che erano in procinto di essere solcati. Nella tradizione greca compare il nome Νότος, ovvero il dio greco del vento che soffia da Sud; in quella latina, si trova il corrispondente Auster, un vento caldo che appare pericoloso per la navigazione. Difatti, nell’Eneide di Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.), questa perturbazione si abbatte sugli Eneidi, costringendo la flotta a deviare la propria rotta. Personificato come Noto, spezza i remi e squarcia le vele, oscurando il cielo con tuoni e nubi. Questa tempesta, scatenata dai venti di Eolo, libratasi da una caverna per richiesta di Giunone, che voleva affondare la flotta di Enea, rappresenta un punto di contatto con l’Odissea, riprendendo ancora una volta il topos di quanto il vento possa essere alleato o antagonista dell’uomo.
Infine, si può ravvisare una connotazione positiva del vento nella Commedia di Dante (1265- 1321) si ritrova la spiegazione del vento e del suo effetto sulla natura: in particolare, nel Canto XXVIII del Purgatorio, l’apparizione di Matelda, una fanciulla che cammina solitaria cogliendo fiori di prato, porta Dante autore a chiedersi che cosa stia facendo in quel luogo immerso nel verde. Il poeta le si rivolge affermando come la presenza del vento e dell’acqua siano in contrasto con quanto affermato da Stazio, poeta latino che appare nella seconda cantica al suo fianco e quello di Virgilio. Secondo il poeta latino, infatti, l’Eden è immune dalle perturbazioni atmosferiche; tuttavia, la donna risponde che il vento è prodotto dalle sfere celesti che, ruotando nell’atmosfera, creano un movimento circolare che spostano alberi, foglie e maree. Grazie all’azione del vento, infatti, è possibile che nascano piante spontanee nei giardini e nelle foreste, poiché è la linfa generativa che permette alla vegetazione di crescere, adattandosi al clima.
Ciò che è emerso da questa lettura è la vivida capacità dell’elemento di risultare nemico e, allo stesso tempo, ristoratore dell’esistenza umana. Così come la letteratura tradizionale è sempre stata vista in maniera univoca, ecco che l’elemento naturale entra in letteratura, scompigliando i pensieri e ampliando la visione d’insieme, rendendo il lettore capace di stabilire connessioni teoriche fra molteplici discipline come, in questo caso, la meteorologia e la letteratura.