Per secoli, le discipline storico-letterarie hanno considerato il ghiaccio come il confine ultimo dell’umano. Alleato naturale, simbolo del sublime, della ricerca dell’immobilità temporale e del raggelamento delle passioni, è un fenomeno particolarmente sentito da poeti e artisti.
Nel periodo medievale, intorno al X-XI secolo, la riduzione delle dimensioni dei ghiacci polari hanno permesso alle popolazioni del nord, i Vichinghi provenienti dalle regioni scandinave, di valicare i territori e solcare il nord dell’Atlantico, colonizzando dapprima la Groenlandia e, successivamente, le prime terre dell’America settentrionale. Successivamente, una piccola glaciazione muta il paesaggio: le temperature si abbassano, la flora e la fauna si adattano al cambiamento e il ghiaccio inizia a travolgere piccoli villaggi montuosi e nelle valli.
Con l’avvento dell’età moderna, si assiste a un diverso utilizzo del ghiaccio: dal punto di vista della storia sociale, è utile citare le Fiere del Tamigi. Si tratta di vere e proprie mostre di collezionismo, antiquariato, arte e cultura posizionate su lastre di ghiaccio, grazie al congelamento del fiume Tamigi che attraversa Londra. La prima, che si tenne nel 1608, vide l’utilizzo del ghiaccio come un protagonista ludico, che faceva divertire, sfruttando ciò che la città offriva: mercanti, calzolai, venditori di cibo, spezie e liquori allestivano le proprie bancarelle sulle lastre di ghiaccio. L’evento si registrò fino al 1814, quando l’ultima fiera e le ultime temperature sotto lo zero (0°C) permisero l’allestimento: in questo gran finale, infatti, persino un elefante riuscì a camminare sul Tamigi ghiacciato, regalando spettacolo ai londinesi che ammiravano l’inverno e i suoi doni.
Thomas Wyke, Frost Fair on the River Thames near the Temple Stairs
L’età contemporanea, invece, vide l’intensificarsi dell’utilizzo strumentale del ghiaccio dal punto di vista della produzione e del suo sfruttamento in quanto risorsa naturale: si pensi ai mercanti del New England nel XIX secolo, quando lo esportavano per refrigerare le merci nelle zone tropicali – la famosa industria del ghiaccio. Difatti, il territorio statunitense prelevava blocchi di grandi dimensioni per spedirli nei Caraibi e nelle Indie, aumentando il loro prezzo. Si trattava, dunque, di un prodotto molto importante e desiderato, un vero e proprio bene di lusso, poiché era necessario per conservare i cibi. Importanti anche le spedizioni scientifiche nei ghiacci: in Antartide e Groenlandia, scienziati, medici e ricercatori avviarono una politica di estrazione del ghiaccio per i propri scopi: l’obiettivo era estrarre cilindri di ghiaccio contenenti aria risalente a millenni precedenti, affinché si potesse allestire una “storia dell’aria” e dimostrare il cambiamento della qualità della stessa (in peggio) dalla Rivoluzione industriale a quel tempo. Inoltre, è interessante ricordare ciò che ruota attorno al ghiaccio in quanto risorsa: potere e tensioni politiche per gli scambi commerciali di gas e petrolio, “grazie” allo scioglimento delle barriere di ghiaccio, confini naturali che a oggi rendono la situazione complicata. Una vera e propria geopolitica del ghiaccio, attorno alla quale persiste una domanda: è giusto sfruttare una risorsa che va esaurendosi per il bene collettivo, sebbene sia dannoso all’equilibrio dell’ecosistema ‘terra’?
Anche la storia bellica è stata segnata dalla presenza del ghiaccio. Un primo esempio è l’attraversamento del Reno del 406 d.C.: grazie al congelamento del fiume Reno che attraversa Svizzera, Germania e Paesi Bassi, le tribù germaniche riuscirono ad attraversare a piedi il confine, cogliendo di sorpresa i soldati romani e ponendo fine all’Impero Romano d’Occidente. Ma anche la Battaglia del Lago Ghiacciato del 1242 quando, sul lago estone Peipus, le forze russe affrontarono i Cavalieri Teutonici: la leggenda, infatti, racconta come la corazza dei cavalieri tedeschi fece rompere la superficie ghiacciata del lago, annegando i soldati russi. In età contemporanea, invece, si può ravvisare un altro utilizzo sapiente del ghiaccio come alleato della guerra: durante gli scontri fra i soldati italiani e quelli austro-ungarici, vennero scavate delle vere e proprie città all’interno dei ghiacciai, offrendo loro un rifugio dal freddo e dagli incessanti bombardamenti.
Sotto il profilo storico dell’ecocritica, il ghiaccio è visto come un alleato importante: anche andando oltre i confini naturali, trasformando il paesaggio e l’estetica del territorio, nel corso dei secoli ha permesso alla società di adattarsi al clima rigido e a questo fenomeno, sfruttando – nelle loro convinzioni, chi meglio chi peggio – questa risorsa che oggi è costantemente a rischio.
Il ghiaccio appare spesso in letteratura come un limite invalicabile: si pensi a Frankestein o il moderno Prometeo (1818) di Mary Shelley (1797-1851), in cui la creatura è confinata e costretta a vagare nel desertico freddo, fino a quando non deciderà come terminare la propria esistenza: su una pira funeraria, ai confini dell’Artico, sceglie la via del fuoco, incendiando le proprie carni e sotterrare il segreto della sua costruzione, affinché non possa ripetersi.
il mio compito è finito; la misura delle mie miserie è colma e non mi vedrai mai più. Io andrò nel più settentrionale dei recessi dell'emisfero, dove la fiamma del mio rogo non potrà mai far sciogliere la neve eterna o il ghiaccio della terra. Là, io mi procurerò il rogo per il mio cadavere e, consumando gli ultimi resti di quel corpo che è stato un'orribile calamità, riposerò finalmente in pace.
M. Shelley, Frankestein o il moderno Prometeo, Lettera IV
È interessante notare come la creatura abbia deciso di trovare la pace nei ghiacci dell’Artico: dopo una vita sofferente, compianta da solitudine e rifiuti, essa può trovare un sollievo nella scelta di disperdere i propri resti sulla superficie ghiacciata. Questa immagine può evocare la sensazione che il ghiaccio lenisca i dolori della creatura, abbracciando nella sua neve caduta a terra tutti i suoi dolori e sofferenze, poiché inevitabile sfuggire all’angoscia dell’esistenza umana.
Famosa l’operetta di Giacomo Leopardi (1798-1837) dal titolo Dialogo della Natura e di un Islandese (1824): in questo studiato e rinomato dialogo, l’uomo cerca di sfuggire alla sofferenza e ai mali della Natura. Il clima gelido dell’Islanda, terra fredda del Nord, non si prestava bene al proprio animo: desiderava un clima temperato, dove poter vivere in pace. Non trovandola, poiché ovunque vi erano malattie, climi estremi e fenomeni naturali spaventosi, interroga la Natura sul perché della sofferenza dell’uomo. Ella risponde che non è un suo compito occuparsi della felicità dell’uomo, poiché la sua vitalità ha come scopo la conservazione del ciclo vitale del mondo, non del singolo. Leopardi aveva studiato a lungo la teoria dei climi. Di origine molto antica, conobbe un ampio sviluppo a partire dal Cinquecento, diventando un argomento diffuso nel Settecento. L’idea era che l’uomo è il prodotto del clima in cui vive: ne parla soprattutto Georges Louis Leclerc Buffon nella sua Histoire Naturelle (1789). A Leopardi suscitò particolare interesse la questione del clima: nello Zibaldone, inserisce un lungo pensiero sui Lapponi. Popolazione che vive al polo della Terra, in contrapposizione con gli “ottentotti”, una popolazione dell’Africa australe che viveva in una natura arida, cruda, oggetto di studio di molti naturalisti ed esploratori del Sette-Ottocento. Nella letteratura coloniale, infatti, l’ottentotto è visto come colui che subiva l’effetto della natura, senza voler cambiare il destino e il corso di quest’ultima – a differenza dell’islandese leopardiano che fugge dal freddo estremo alla ricerca di un clima migliore. Collocati nell’attuale Sudafrica, gli ottentotti erano visti dagli europei attraverso la lente del razzismo coloniale che li contraddistingueva: un’epoca complicata, articolata, curiosa ma al contempo di mentalità chiusa verso le nuove culture, oggetto di scherno e un malsano interesse – ne è un esempio la “Venere ottentotta”, una donna portata in Europa nel XIX secolo esposta come fenomeno da baraccone. Gli ottentotti sono costretti a vivere in un clima ostile, vivendo nelle tempeste di neve e nella temperatura difficile cui convivere. Leopardi pensa, però, che l’uomo è costretto a vivere in climi ostili – al freddo estremo dell’Artico si contrappone il caldo soffocante dell’Africa – a causa della Natura, attrice malevola che non permette la giusta sopravvivenza delle cose.
Del contrasto fra il clima freddo e quello caldo, fra ghiaccio e fuoco, ne parla anche il poeta contemporaneo Robert Frost (1874-1963). Autore pluripremiato del XX secolo, statunitense di nascita, scrisse la poesia Fire and Ice (1920), che si può leggere di seguito:
Some say the world will end in fire, some say in ice. From what I’ve tasted of desire I hold with those who favor fire. But if it had to perish twice, I think I know enough of hate To say that for destruction ice Is also great And would suffice.
In questa poesia, il ghiaccio non è unicamente un fenomeno fisico, ma una metafora potente: esso rappresenta la freddezza, l’indifferenza, la miseria e l’intolleranza, una visione di distruzione lenta. Il suo contrasto col fuoco permette di focalizzarsi sul sentimento umano: il ghiaccio congela le emozioni, le rende inermi di fronte allo scorrere del tempo, al contrario del fuoco, che rappresenta la passione che divampa nel petto degli uomini. Il poeta, con queste brevi righe, desidera dare al lettore una scelta equilibrata: se tutto dovesse andare perduto, se il nostro destino è la distruzione, che finisca nel fuoco o nel ghiaccio, non importerà, perché sarà ugualmente grandioso.
Sotto il profilo filosofico, Immanuel Kant (1724-1804) associa il limite umano al concetto di sublime. Egli distinse: un sublime matematico, dove l’uomo di fronte allo spettacolo della natura è fisicamente più piccolo ma la sua ragione e la sua morale gli permettono di elevarsi; un sublime dinamico, dove di fronte alla potenza della natura, travolgente e così grandiosa, l’uomo avverte le proprie fragilità, riconoscendo però una sua forza interiore che risulta maggiore rispetto a quella della natura. Questo concetto, contenuto nella sua Critica del giudizio (1790), permette al lettore di leggere i passi sopracitati attraverso una diversa lente introspettiva: noi, difatti, non ammiriamo la natura in quanto tale, ma il suo potere di elevare la nostra anima.
Questa ricerca del sublime trova una sua particolare espressione artistica nel dipinto Das Eismeer di Caspar David Friedrich (1774-1840), comunemente noto come “Il mare di ghiaccio”. Dipinta fra il 1823 e il 1824, l’opera non raffigura l’umano: egli è assente, cedendo lo spazio a un unico grande soggetto. Il relitto di una nave, nello specifico quella della spedizione artica guidata dall’esploratore inglese William Edward Perry, è schiacciato, incastrato fra le lastre di ghiaccio che si ergono in primo piano. Le punte del ghiaccio avvolgono il relitto, quasi seppellendolo nella vasta distesa ghiacciata. Qui, irrompe uno dei temi cari al Romanticismo (di cui Friedrich fa parte): la duplice azione della Natura. Un lato buono e uno cattivo, madre e matrigna al contempo. La sua grandiosità, stupefacente agli occhi umani e animali, si scontra con la sua malvagità, indifferente al destino degli uomini, noncurante dei loro bisogni e dei loro sbagli, ma proseguendo unicamente nel suo corso.
Caspar David Friedrich, Il mare di ghiaccio (1823-1824), Hamburger Kunsthalle.
Oggi il ghiaccio è uno dei simboli della crisi climatica. Le prospettive dell’ecocritica letteraria offrono diverse letture. Per esempio, Elizabeth Kolbert nella sua Sesta Estinzione del 2014, descrive la perdita dei ghiacciai come un memoriale della Terra, che si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Lo scioglimento è un’accelerazione della distruzione del tempo, la perdita di salvaguardia degli ambienti e del fascino che i ghiacciai evocano.
Elizabeth Rush, invece, parla del ghiaccio come un agente di trasformazione radicale, un fenomeno che può rimodellare la vita e la civiltà umana: il suo scioglimento permette «la sua resurrezione in acqua», offrendo la possibilità di creare nuovi confini naturali, ampliando le prospettive dell’uomo e collegare ciò che è l’Artico con la terraferma abitata.
Le due prospettive permettono al lettore di schierarsi con l’una o l’altra idea: il concetto della Natura come potenza che deve essere preservata, si può scontrare con il pensiero che possa essere un bene. Indipendentemente dalla prospettiva, lo scioglimento dei ghiacci rappresenta una minaccia concreta alla biodiversità e un monito sulla fine inesorabile verso cui l’umanità sta correndo.
In un’ottica ecocritica, il fuoco smette di essere un semplice simbolo per diventare un protagonista attivo: un agente capace di trasformare il paesaggio e la nostra percezione delle ‘passioni’. È quello che in letteratura possiamo definire agency: questo termine si riferisce alla capacità di un elemento naturale di agire, influenzare la trama e colpire il lettore con la stessa forza di un soggetto autonomo.
Poche volte, nella storia climatica recente, ha fatto così caldo sulla Terra. I dati ricavati dai carotaggi estratti a più di due chilometri di profondità nei ghiacci dell’Antartide parlano chiaro: i passati episodi di riscaldamento climatico, parte del naturale ciclo glaciale-interglaciale che ha caratterizzato gli ultimi 800 mila anni, non hanno nulla a che vedere con quello che stiamo vivendo ai giorni nostri.
Il ghiaccio, nel mondo tecnologico, non è sempre stato al centro dell’attenzione: la maggior parte degli approcci ingegneristici comprendono spesso azioni come rompere il ghiaccio, scioglierlo oppure crearlo. Nonostante ciò, questa risorsa trovata in prevalenza nei ghiacciai è una risorsa climatica molto preziosa che purtroppo si sta consumando velocemente.
Il vento è la potenza del mare: sospirato dall’alto, dona forza alle onde per muovere le correnti, e così uomini, mercanti, navi e merci. La sua importanza la si è sempre riconosciuta, fin dall’antichità. Iniziando questa breve rassegna di passi letterari, è utile considerare come il discorso critico abbia nella sua convergenza anche la critica letteraria, condensandosi nell’etica ambientale e nelle scienze naturali.