Il fuoco alleato del riscaldamento globale: come gli incendi boschivi compromettono il naturale sequestro di CO₂ atmosferica

Tags
gennaio 25, 2026
Condividi
La Terra sta bruciando. Globalmente, negli ultimi 24 anni 1,5 milioni di Km² di foreste sono stati ridotti in cenere dagli incendi boschivi, per un’estensione pari alla regione della Mongolia; solo nel 2024 è bruciata ogni giorno un’area grande quanto l’isola di Malta (360 mila Km²), per un totale di 135 mila Km² di superficie forestale, ad oggi record annuale assoluto. Questi dati, confrontati con quelli di appena vent’anni fa, testimoniano un’impressionante riduzione della superficie boschiva globale, in maniera particolare nelle foreste boreali e pluviali tropicali: due ecosistemi di importanza smisurata per la regolazione climatica globale dal futuro ora più che mai incerto.
Article Image
C’è da dire, tuttavia, che il fuoco ricopre un ruolo fondamentale nel funzionamento di molti ecosistemi. Incendi stagionali di intensità medio-bassa e relativamente frequenti (normalmente da uno a tre al mese durante la stagione estiva) sono la caratteristica distintiva del bioma mediterraneo, in cui non sono rari gli esempi di specie vegetali che hanno imparato, nel corso di milioni di anni di evoluzione, a coesistere con il fuoco, talvolta addirittura trasformandolo in uno strumento piuttosto che una minaccia. Piante come il cipresso (Cupressus spp.), il cisto (Cistus spp.) ed il pino mediterraneo (Pinus pinaster, P. halepensis, P. brutia) necessitano proprio degli incendi per riprodursi, dato che i rigidi involucri che proteggono i semi (le pigne, per intenderci) si aprono solamente se sottoposti a temperature elevate, permettendo così ai germogli di maturare nel terreno.
Lo stesso adattamento, definito in botanica “serotinìa mediata dal fuoco”, si riscontra anche al di fuori del bioma mediterraneo, come nel caso della sequoia (Sequoia sempervirens), celebre per la sua straordinaria longevità ed emblema delle foreste umide di conifere che caratterizzano la vegetazione costiera della California e dell’Oregon in Nord America, dove la germinazione dei semi avviene esclusivamente grazie al fuoco. Altre specie non-aghifogli come la ginestra (Calicotome spinosa, Cytisus scoparius, Ulex europaeus), il leccio (Quercus ilex), l’elicriso (Helichrysum italicum), il mirto (Myrtus communis) e l’eucalipto (Eucalyptus spp.) hanno evoluto capacità di rigenerazione sorprendenti che permettono una ricrescita quasi immediata a seguito degli incendi a partire, per esempio, da organi sotterranei “di emergenza” o da gemme dormienti sotto la corteccia attivate dalle alte temperature. Inoltre, il passaggio del fuoco (purché moderato) libera nuovi spazi nella copertura vegetale che possono essere colonizzati da germogli e plantule, favorendo così un vero e proprio ricambio generazionale della vegetazione; ciò aumenta il tasso di assorbimento di CO₂ e accelera il “turn-over” di materia organica e nutrienti nel suolo, contribuendo sia al sequestro di emissioni dall’atmosfera sia alla regolazione dei flussi biogeochimici dell’ecosistema. Infine, la cenere generata dagli incendi agisce da fertilizzante naturale, liberando nutrienti essenziali come Potassio (K⁺), Magnesio (Mg²⁺) e composti fosfati (HPO₄²⁻ e H₂PO₄⁻) che prima erano racchiusi nei tessuti delle piante e che si rendono così assimilabili dagli individui giovani.
Article Image
Fin qui, tutto bene. I guai sorgono nel momento in cui gli incendi iniziano a farsi sempre più frequenti e sempre più violenti, interessando anche biomi dal clima tipicamente umido come le foreste pluviali tropicali e le foreste boreali, le cui specie faticano a gestire una minaccia con cui raramente, negli ultimi milioni di anni, hanno avuto a che fare. A differenza delle specie steppiche e mediterranee, in grado di tollerare lo stress generato dal fuoco e dalla siccità grazie ad adattamenti fisiologici, riproduttivi e morfologici, le piante che affollano le immense foreste equatoriali del Brasile, del Congo e della Malesia, come le distese di conifere del Canada e della Siberia per citare le maggiori, faticano a reggere il ritmo anomalo di incendi cui sono sottoposte, con implicazioni potenzialmente drammatiche sui processi ecosistemici regolazione del clima globale.
Le foreste pluviali e boreali sono tra i maggiori serbatoi terrestri di carbonio atmosferico , sequestrando ogni anno rispettivamente 1.8–2.0 e 0.5 miliardi di tonnellate di CO₂ attraverso la fotosintesi (più del 30% delle emissioni annuali da combustibili fossili): la CO₂ assorbita viene assimilata ed impiegata nella produzione di nuova biomassa, a partire da molecole semplici come il glucosio fino a strutture complesse come tessuti ed organi. In questo modo, le piante trattengono il carbonio al loro interno per decine, centinaia di anni, provvedendo così ad una riduzione netta della concentrazione atmosferica di CO₂ e mitigando, in ultima analisi, il riscaldamento globale causato dall’effetto serra. Quando, però, le piante bruciano in un incendio, la combustione libera il carbonio nuovamente in atmosfera, rilasciando enormi quantità di CO₂ in poche ore o giorni, nulla in confronto al tempo che sarà necessario per ri-sequestrarlo con lo stesso processo: dopo un incendio di grandi dimensioni, trascorrono solitamente almeno 30-50 anni per ripristinare le capacità di assorbimento di carbonio di una foresta boreale, e fino a 100 anni nel caso delle foreste pluviali. Durante questo periodo la foresta tende ad assimilare meno carbonio di quanto ne rilasci, complici gli episodi di siccità resi sempre più frequenti dal riscaldamento globale, che indeboliscono ulteriormente le piante e aumentano la probabilità che si verifichino nuovi incendi, estendendo in maniera consistente il tempo di recupero della foresta.
Questo fenomeno rischia di trasformare irreversibilmente il “polmone verde del pianeta” in una fonte netta di carbonio (un evento definito “sink-to-source shift”), aggiungendosi alle già abbondanti emissioni di origine antropica e dando una spinta al cambiamento climatico. Uno scenario, questo, forse già in atto. Secondo uno studio internazionale pubblicato nel 2025 in cui sono stati analizzati i flussi di carbonio nelle foreste globali dal 1988 al 2021, le foreste pluviali tropicali e le foreste boreali hanno già mostrato segni di transizione sink-to-source, rilasciando rispettivamente 2.5 e 4.7 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nel decennio 2011-2021. Nello stesso periodo di tempo siccità, incendi e deforestazione hanno toccato livelli mai visti dai tempi preindustriali, una concomitanza tutto fuorché casuale secondo i ricercatori, che evidenziano il contributo antropico come fattore decisivo del calo di efficienza nel sequestro di carbonio delle foreste globali.
Article Image
Nel 2023 le foreste hanno assorbito solo un quarto della CO₂ che normalmente sequestrano in un anno, rilasciando invece il 60% di emissioni in più rispetto ai primi anni 2000. Secondo i modelli più aggiornati, entro il 2050 avremo perso tra il 10 e il 30% di superficie boschiva globale, avvicinandoci ad un pericoloso punto di non ritorno oltre il quale la compromissione della capacità di sequestro delle CO₂ da parte delle foreste sarà divenuta irreversibile, in tempi utili per l’uomo almeno. Ciò scatenerà una serie di reazioni a cascata in risposta all’aumento incontrollato delle emissioni, tra cui periodi di siccità estrema ed alterazione dei sistemi ciclonici-anticiclonici, con conseguenze a dir poco drammatiche e difficilmente prevedibili sul clima mondiale.
Occorre, dunque, ridurre drasticamente le emissioni da combustibili fossili per contrastare il riscaldamento globale - che attraverso la siccità predispone le foreste agli incendi – e applicare pratiche di conservazione che combattano la deforestazione (specialmente quella illegale, prima causa di incendi in Amazzonia), tutelando il funzionamento di questi ecosistemi così fondamentali per la nostra sopravvivenza e per la stabilità del clima.

Articoli Correlati

  • Propagazione e prevenzione incendi: nuove frontiere tecnologiche tra AI, droni e immagini satellitari

    Devastante, distruttivo e incessante: questo è il fuoco. Un elemento che, da risorsa utile, può trasformarsi in un’arma letale per l’ecosistema. Principalmente noto per la sua devastante ferocia negli incendi di boschi e foreste, può sprigionare una forza capace di causare distruzione ovunque, se non viene controllato tempestivamente.

  • Fiamme di letteratura: il fuoco nel sistema ecocritico e storico-artistico

    In un’ottica ecocritica, il fuoco smette di essere un semplice simbolo per diventare un protagonista attivo: un agente capace di trasformare il paesaggio e la nostra percezione delle ‘passioni’. È quello che in letteratura possiamo definire agency: questo termine si riferisce alla capacità di un elemento naturale di agire, influenzare la trama e colpire il lettore con la stessa forza di un soggetto autonomo.

  • Oltre la superficie: il vento supporta l'ecosistema marino nel contesto dei cambiamenti climatici

    Trieste significa, da sempre, vento. Passanti aggrappati a corde o altri supporti per non volare via, ombrelli rovesciati e spezzati, autobus che barcollano. Questa la quotidianità dell’inverno nella città sferzata dalla famosa Bora, un vento “catabatico” – cioè una corrente fredda che si sposta da un’altitudine maggiore ad una inferiore, per esempio discendendo lungo un pendio – proveniente da Nord-Est, nella regione dei Balcani, che si manifesta in violente raffiche di velocità anche superiore ai 100-150 km/h.