Lontano dagli occhi, lontano dal cuore: la percezione del rischio tra Hantavirus e Ebola

Tags
giugno 30, 2026
Condividi
Lo scorso aprile, due casi di sindrome respiratoria da hantavirus sono stati registrati a bordo della nave da crociera Hondius. L’inizio di una serie di contagi che hanno messo in allerta le autorità sanitarie e i globali. Tutti temevamo una nuova pandemia: isolamento, quarantena, mascherine e disinfettante tornavano nell’immaginario comune. Notiziari e social erano invasi da dirette e approfondimenti sull’andamento dei casi e sul virus. Quanti nuovi contagi? Quali sintomi? Quali modalità di trasmissione? Tante domande, le stesse che tutti ci facevamo quando il COVID-19 iniziava a far paura, ormai 6 anni fa.
Eppure, finché leggete queste parole probabilmente vi siete già dimenticati della nave da crociera Hondius e dell’hantavirus. Nel frattempo, la nuova epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo sta facendo parlare di sé, tanto da scomodare il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che il 17 maggio ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale. Un’allerta giustificata sotto diversi punti di vista.
Per il ceppo Bundibugyo, responsabile dell'attuale focolaio, non sono conosciuti vaccini né terapie con efficacia dimostrata, a differenza del ceppo Zaire (causa dell’ultima grande epidemia in Africa Occidentale del 2014-2016 per cui sono stati sviluppati vaccini e cure monoclonali. Inoltre, come è tipico per Ebola, il tasso di letalità può essere molto elevato, arrivando fino al 90% per il ceppo Zaire. Per Bundibugyo sono pochi i dati a disposizione a causa della sua diffusione più circoscritta, ma stando alle statistiche recenti ogni 100 contagi circa 30-50 risultano letali. Sembra, infatti, che questo particolare ceppo sia meno aggressivo del precedente. Un aspetto confortante che però implica una maggiore diffusione: una malattia che si aggrava rapidamente costringe all’isolamento, interrompendo la catena di contagi, mentre sintomi più lievi e dal decorso più lungo aumentano sensibilmente le occasioni di diffusione del virus, come ci ha insegnato COVID-19.
Article Image
Ebola si trasmette per contatto e fluidi corporei, anche dopo il decesso dato che il corpo resta infetto per giorni. Un metodo meno potente della trasmissione per via aerea, ma che risulta particolarmente critico in Africa Centrale per via delle usanze funebri locali, che prevedono il lavaggio e la manipolazione della salma prima della sepoltura. Queste pratiche hanno rappresentato, in diversi focolai, un'importante via di diffusione del virus.
Senza dubbio Ebola spaventa, con più di 1000 casi verificati e più di 300 decessi. Eppure, nell'opinione pubblica occidentale sembra preoccupare meno dell'hantavirus, la cui copertura mediatica è stata decisamente maggiore nonostante il rischio reale di un’epidemia fosse quasi nullo per la scarsa diffusione del virus uomo-uomo. Perché?
La risposta sta tutta nella nostra percezione del rischio, spesso e volentieri distorta dalla distanza geografica e culturale. La quasi totalità dei casi di Ebola riguarda infatti popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e dei Paesi limitrofi. Lo stesso vale per l’ultima grande epidemia in Africa occidentale del 2014-2016, quando la maggior parte degli oltre 11.300 decessi interessò Guinea, Liberia e Sierra Leone, con solo pochi casi isolati in Europa e negli USA. Al contrario, i casi di hantavirus della Hondius coinvolgevano cittadini europei in vacanza, di cui conoscevamo nomi, volti e storie. Un contesto molto più vicino alla nostra quotidianità rispetto a un villaggio dell'Africa Centrale.
La convinzione che Ebola sia un problema "lontano", confinato in luoghi remoti, ci porta inconsciamente ad abbassare la guardia, mentre attribuiamo maggiore attenzione a virus che percepiamo più vicini, anche quando il loro reale potenziale epidemico è molto inferiore. Soltanto quando il misterioso “virus di Wuhan” è diventato una “pandemia globale” ci si è davvero preoccupati.
I virus che oggi sembrano lontani sono spesso quelli che meritano maggiore attenzione. Le foreste pluviali dell'Africa centrale, le grotte abitate dai pipistrelli, le paludi tropicali ospitano animali serbatoio di numerosi patogeni potenzialmente letali: Marburg, Nipah, HIV, SARS, lo stesso Ebola e, con ogni probabilità, SARS-CoV-2 sono stati trasmessi all’essere umano dagli animali selvatici compiendo il “salto di specie” o spillover. Un evento che sta diventando sempre più probabile a causa dello sfruttamento del suolo naturale per l'espansione agricola, l'attività mineraria e l'urbanizzazione, pratiche che aumentano la frequenza di contatto con gli animali serbatoio.
Non è possibile prevedere dove o quando emergerà il prossimo virus. Tuttavia, le evidenze scientifiche indicano con sempre maggiore solidità che la pressione esercitata sugli ambienti naturali rappresenta uno dei fattori che favoriscono l'emergere di nuove malattie infettive. Ridurre questa pressione significa diminuire uno dei determinanti del rischio, applicando il concetto di One Health, oggi adottato da Organizzazione Mondiale della Sanità, FAO e Organizzazione Mondiale per la Salute Animale: la salute dell'uomo, quella degli animali e quella degli ecosistemi sono strettamente interconnesse. Proteggere gli habitat naturali e gestire le risorse in modo sostenibile costituiscono anche metodi effettivi di prevenzione da future zoonosi.
Le malattie emergenti non conoscono confini geografici, ma neppure devono essere considerate una minaccia inevitabile. Comprenderne l'origine, studiarne l'ecologia e investire nella sorveglianza rappresentano gli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di nuovi focolai. Prestare attenzione a ciò che accade nelle foreste tropicali dell'Africa, dell'Asia o del Sud America significa comprendere meglio i processi biologici e ambientali che, in un mondo sempre più interconnesso, contribuiscono anche alla tutela della salute globale.

Articoli Correlati

  • Come la pandemia ha intensificato l’avvenimento del cloud, con conseguenze incisive sull’ambiente

    Il mondo si è trovato, ancora una volta, in uno stato di “allerta”. Nonostante l'attenzione pubblica sia spesso catalizzata da conflitti, crisi alimentari e sfide ecologiche, la minaccia delle epidemie rimane una delle paure più radicate a livello globale. Proprio lo scorso mese, la notizia di un improvviso focolaio a bordo di una nave da crociera, causato da un nuovo ceppo virale respiratorio ad alta trasmissibilità e prontamente attenzionato dall'OMS, ha rapidamente fatto il giro del mondo.

  • Epidemie e malattie nella storia e nella letteratura europea

    Dalla prospettiva ecocritica, l’epidemia rappresenta la più violenta e traumatica interruzione del normale ciclo della natura e dell’esistenza umana. L’ecosistema, dunque, diventa un sistema interconnesso con la dimensione ambientale, in grado di causare rotture sociali e disastri globali.

  • Il fuoco alleato del riscaldamento globale: come gli incendi boschivi compromettono il naturale sequestro di CO₂ atmosferica

    La Terra sta bruciando. Globalmente, negli ultimi 24 anni 1,5 milioni di Km² di foreste sono stati ridotti in cenere dagli incendi boschivi, per un’estensione pari alla regione della Mongolia; solo nel 2024 è bruciata ogni giorno un’area grande quanto l’isola di Malta (360 mila Km²), per un totale di 135 mila Km² di superficie forestale, ad oggi record annuale assoluto. Questi dati, confrontati con quelli di appena vent’anni fa, testimoniano un’impressionante riduzione della superficie boschiva globale, in maniera particolare nelle foreste boreali e pluviali tropicali: due ecosistemi di importanza smisurata per la regolazione climatica globale dal futuro ora più che mai incerto.