Dalla prospettiva ecocritica, l’epidemia rappresenta la più violenta e traumatica interruzione del normale ciclo della natura e dell’esistenza umana. L’ecosistema, dunque, diventa un sistema interconnesso con la dimensione ambientale, in grado di causare rotture sociali e disastri globali.
La letteratura occidentale racconta, in numerose sue parti, l’epidemia e la malattia umana, che contagia la natura e tutto ciò che circonda. Già nel primo libro dell’Iliade la comunità greca viene sconvolta dalla pestilenza scagliata dal dio Apollo: Agamennone, avendo violato un ordine sacro e antropologico, ovvero è accusato di aver insultato Crise, sacerdote del dio, che aveva rifiutato il riscatto per la figlia Criseide ed era stato cacciato, Apollo scatena un’epidemia:
Delle navi al cospetto: indi uno strale
Liberò dalla corda, ed un ronzío
Terribile mandò l’arco d’argento.
Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
Poi le schiere a ferir prese, vibrando
Le mortifere punte; onde per tutto
Degli esanimi corpi ardean le pire.
Omero, Iliade, vv. 62-68
Il contagio segue una fase biologica precisa: colpisce prima gli animali da lavoro, poi i cani randagi che si aggirano per l’accampamento acheo e infine gli uomini. L’accampamento, dunque, risulta un ecosistema fragile: migliaia di uomini e animali, rifiuti e scarti umani e biologici, diventano un veicolo di diffusione di una malattia ancora prima della punizione divina.
Dal punto di vista letterario, la malattia scagliata dal dio è uno strumento di punizione, in cui la divinità punisce la hybris, ovvero l’ira e l’arroganza degli uomini che detengono il potere politico. La peste rende gli uomini tutti uguali: nessuna gerarchia, nessuna posizione antecedente l’altro. Sarà poi Achille a convocare in assemblea i guerrieri, dopo nove giorni di strage, per mettere fine al dilagarsi della peste e domandare di chi sia la colpa di quell’inutile supplizio.
Questa prima attestazione della peste nella letteratura occidentale ha, ovviamente, le sue radici nella storia: nel 430 a.C., la guerra di Atene contro Sparta porta la popolazione a rinchiudersi nelle mura della città, lasciando che gli spartani devastassero i campi. Tuttavia, questa è una contromossa difficile: l’ambiente urbano diventa sofferente, dove si moltiplica il morbo, senza risorse né acqua pulita e, uno per uno, contraggono la malattia. Ne racconta anche lo storico Tucidide:
Il carattere di questo morbo trascende ogni possibilità descrittiva: non solo i suoi attacchi si rivelavano sempre più maligni di quanto le difese a disposizione della natura umana potessero tollerare, ma anche nel particolare seguente risultò che si trattava di un fenomeno morboso profondamente diverso dagli altri consueti: tutti gli uccelli e i quadrupedi che si cibano di cadaveri umani (molti giacevano allo scoperto) questa volta non si accostavano, ovvero morivano, dopo averne mangiato.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro II, 50
Tucidide si sofferma anche sulle condizioni gravose dei corpi umani, distorti e deformati dalla malattia che sta dilagando nel paesaggio urbano e anche in quello rurale:
I cadaveri giacevano a mucchi e tra essi, alla rinfusa, alcuni ancora in agonia. Per le strade si voltolavano strisciando uomini già prossimi a morire, disperatamente tesi alle fontane, pazzi di sete. I santuari che avevano offerto una sistemazione provvisoria, erano colmi di morti: individui che erano spirati lì dentro, uno dopo l’altro. La violenza selvaggia del morbo aveva come spezzato i freni morali degli uomini che, preda di un destino ignoto, non si attenevano più alle leggi divine e alle norme di pietà umana.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro II, 52
Facendo un salto temporale di oltre mille anni, si passa a un’altra epoca storica: il Medioevo. In particolare, sono gli anni dal 1347 al 1351 a essere segnati dalla terribile Peste Nera. Una crisi globale ha attanagliato la popolazione medievale: non assume più un semplice significato demografico, ma diventa un vero e proprio flagello dal punto di vista antropologico.
Il focolaio nacque nelle steppe asiatiche, probabilmente in Mongolia o in Cina; a seguito della navigazione sulla Via della Seta, che collegava l’Europa al continente asiatico (e all’impero Mongolo), merci, uomini ed epidemie ebbero la possibilità di diffondersi rapidamente. Il batterio viaggiava nel sangue delle pulci e queste, a loro volta, abitavano le pellicce dei ratti neri, che vivevano nei sacchi del grano e nelle stive delle navi mercantili. In particolare, nel 1346 l’esercito mongolo dei Tartari stava assediando la colonia di Kaffa, ricco centro commerciale genovese nel Mar Nero. Tra le file dei soldati, scoppiò la peste. I mercanti italiani, così, che erano terrorizzati dalla diffusione del morbo, scapparono verso l’Italia e, nel 1347, dodici galee genovesi attraccarono nel porto di Messina. I marinai, quasi tutti deceduti o moribondi, contagiarono tutta l’Europa.
All’arrivo della peste conseguì una scossa nelle relazioni economiche dei territori europei: l’improvvisa mancanza di agricoltori e braccianti portò all’abbandono di migliaia di ettari di campi coltivati, a favore della crescita rigogliosa di boschi e paludi, popolati dalla fauna selvatica.
Dal punto di vista letterario, ne tratta Giovanni Boccaccio nella sua opera omnia Decameron (1353): egli mappa il percorso geografico della peste denunciando la scienza medica del tempo («la malattia per sua natura resisteva alle cure perché i medici (tra i quali, oltre gli scienziati, c’erano uomini e donne che, senza avere alcuna nozione di medicina si erano improvvisati esperti»). La città di Firenze, densamente popolata, era esposta a un rischio massimo di contagio: Boccaccio ha traslato la peste in scrittura, raccontando aneddoti specifici e storie particolari. Nel dettaglio, è interessante riportare queste parole:
La peste non passava solo da uomo a uomo ma contagiava anche gli animali che ne morivano in breve tempo. Sono testimone che un giorno, alcuni gettarono per strada gli stracci di un morto per il morbo. Due porci vi si avventarono sopra e morirono poco dopo come avvelenati. Da questo e altri episodi nacquero paure che alimentarono credenze in chi restava vivo e tutti fuggivano i malati convinti di conservare la sanità.
G. Boccaccio, Decameron, introduzione.
Boccaccio narra anche delle usanze funebri tradizionali, che vengono totalmente superate a favore di una necessità di sbarazzarsi dell’infetto:
La gente moriva senza il pianto delle donne e molti trapassarono in completa solitudine; a pochissimi era concesso il conforto dei parenti e invece di spargere lacrime era invalso l’uso di festeggiare con risate e motti.
Erano pochi i corpi accompagnati in chiesa da non più di dieci o dodici persone; i feretri non erano più portati sulle spalle dei cittadini ma da uomini del popolo che si facevano chiamare becchini e che guadagnavano da questo servizio. I morti non si conducevano più alla chiesa da loro eletta prima del trapasso ma a quella più vicina accompagnati dai chierici. Quest’ultimi, dopo una celebrazione veloce, con l’aiuto de becchini deponevano il morto in qualunque sepoltura ancora vuota.
G. Boccaccio, Decameron, introduzione.
Da queste parole, si può evincere come la società fiorentina ha reagito all’arrivo della pestilenza: c’era chi cercava salvezza nell’isolamento o nella pregheria, e chi invece si abbandonava al lusso e agli acquisti sfrenati, anche a causa della svalutazione della moneta.
Boccaccio adotta questo realismo storico con lo scopo di riflettere sulla crudeltà. Con echi quasi leopardiani, si può teorizzare che la necessità del legame con la natura è di fondamentale importanza per l’esistenza umana: la natura, crudele nelle sue forme, diventa lo sfondo perfetto per il propagarsi della pestilenza, lasciando gli uomini inermi nel loro destino; tuttavia, la città, avendo fallito dal punto di vista ecologico e consapevole, può trovare una ragione alla propria esistenza solo se i suoi abitanti, gli esseri umani, escono dalle mura e trovano il contatto con la natura, con il primitivo e il selvatico, dove tutto è ristabilito.
Alessandro Manzoni, uno dei pilastri della letteratura italiana (e non solo), compie un’operazione analitica della descrizione della peste. Lo fa soprattutto nell’appendice storica Storia della colonna infame (1840). Manzoni, che viene a conoscenza di un caso giudiziario del 1630, avrebbe avuto l’idea di scrivere i Promessi Sposi grazie a Pietro Verri, autore italiano che si occupò della storia della tortura. Nel 1630, infatti, un barbiere e un commissario di sanità vennero arrestati a Milano, torturati e uccisi in quanto untori, accusati di aver favorito il diffondersi della peste. I barbieri, che all’epoca curavano anche delle malattie minori come quelle della pelle, avevano nelle loro botteghe degli unguenti: da qui, il pregiudizio che il barbiere avesse il liquido perfetto per propagare la peste. Un giorno, invece, un commissario era stato visto strisciare sopra il muro di una parete in un giorno di pioggia: era per ripararsi ma, una donna che lo vide da una finestra, pensò che stesse ungendo i muri con la sua malattia. I due vennero uccisi, squartati, le loro case abbattute e, al loro posto, vennero edificate delle colonne con sopra un’incisione: “infami che propagarono la peste milanese”. I due, dunque, vennero falsamente accusati perché era necessario scovare un capro espiatorio alla peste. Questa colonna, che venne abbattuta alla fine del Settecento, venne ripresa da Pietro Verri e, in seguito, da Manzoni: quest’ultimo si fece dare la copia degli atti del processo agli untori da Verri che, a sua volta, lo aiutò nella stesura dell’appendice ai Promessi Sposi. Partendo, dunque, da una reale cornice storica, strutturò il romanzo più famoso d’Italia.
Un altro episodio importante, contenuto nel romanzo, è quello narrato al capitolo XXIII dove si racconta che, a causa del terrore del contagio e della credenza che gli untori diffondessero volontariamente il morbo, si procedette a seguire le regole più scrupolose, ma anche più fanatiche. Difatti, si narra che alcuni cittadini, credendo di aver visto delle persone intente a ungere le panche del Duomo di Milano, fecero rimuovere le panche; ma ancora, si racconta che si provvedesse a lavare costantemente con acqua pulita le panche, affinché il morbo sparisse.
Altro episodio è quello del carro con i morti: il popolo, che non è ancora del tutto convinto che la peste esista davvero poiché nel lazzaretto alcune persone riescono a guarire, decide che tutti i colpiti di peste debbano morirne. Il Tribunale di Sanità, così, decide che durante la festa della Pentecoste, quando i cittadini si recavano al cimitero di S. Gregorio per pregare per i morti della peste del 1576, debba essere condotto un carro con i corpi di una famiglia intera, deceduta a causa della peste, i cui cadaveri, nudi e ricoperti dai segni della malattia, suscitano l’orrore e il disgusto dei presenti. Da quel giorno, l’esistenza della peste fu chiara a tutti.
Ciò che ha inteso fare Manzoni, pertanto, è far riflettere il lettore, dichiarando che l’ignoranza non è una scusa, così come non lo è il pregiudizio. I giudici che condannarono i due presunti untori non erano privi degli strumenti intellettuali per provare che fossero effettivamente loro: decisero che era meglio assecondare il popolo e la psicosi collettiva che stava dilagando.
La questione proposta dal testo manzoniano è particolarmente ecocritica perché questa corrente critica non si occupa solo dei problemi ambientali e climatici, ma si sofferma anche sulle complesse relazioni tra l’ambiente, la biologia umana e animale, nonché sulle strutture culturali. La peste che nel 1630 dilagò a Milano fu causata da tre fattori fondamentali: la guerra; la densità urbana e le pessime condizioni igieniche della città; l’inadempienza delle autorità, nel decretare la quarantena e adottare gli strumenti necessari per limitarne la diffusione. Invece di studiare l’ecosistema e correggere i comportamenti degli uomini, che hanno riflessi sull’ambiente, sull’urbanistica e sulla prevenzione delle malattie, la società si chiude nella sua irrazionalità, portando alla necessità di scovare un colpevole da accusare per ristabilire l’ordine delle cose, dimostrando di aver recuperato il controllo sulla natura.
Nell’Ottocento si assiste a una “romanticizzazione” della malattia: lo stato febbrile, l’estetismo del malato e spesso la letale sorte dei personaggi, eleva il morbo a potente metafora della condizione umana, sociale e spirituale. Dagli esempi di Jacopo Ortis del Foscolo, a sua volta recuperati dal Werther di Goethe, dove il tormento interiore e l’incapacità di stabilire una connessione emotiva con la nuova dimensione nel mondo, fino alla Scapigliatura, quando la nevrosi, la malattia dell’animo, diventano protagoniste dei romanzi e dei racconti del gotico.
Ne è un esempio la Fosca (1869) di Iginio Ugo Tarchetti, incentrato su una protagonista afflitta da una malattia nervosa incurabile e che la deturpa, fisicamente ed emotivamente, con relativi echi di Flaubert e la sua Madame Bovary, dove il «mâl de vivre» diventa l’emozione dominante nei romanzi e, soprattutto, nella poesia baudelairiana. Fosca, una donna gravemente malata di isteria e disturbi nervosi, si innamora di Giorgio, un giovane ufficiale dell’esercito. Nonostante l’esitazione, Giorgio comincia a essere attratto da questa figura macabra, grottesca, una donna scheletrica e afflitta da tormenti interiori («Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi, che erano nerissimi, grandi, velati — occhi d’una beltà sorprendente. (…) la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta»)[DF2] (#_msocom_2) . Giorgio è magnetizzato dalla sua anima, fino a quando lo consumerà progressivamente.
Il tema centrale dell’opera di Tarchetti è il contagio: non si tratta di un contagio fisico, ma nel travaso della malattia da una persona a un’altra, poiché Giorgio, stando vicino a Fosca, comincia a manifestare gli stessi sintomi, di isteria e deperimento. In questo caso, l’ecocritica risiede nel corpo, interpretato come un vero e proprio ecosistema degradato: Fosca non soffre di una malattia astratta ma è un corpo che lentamente si dissolve, la materia diventa aria e il contagio si trasmette nell’oscurità dell’animo e, conseguentemente, porta il suo riflesso nel corpo.
Nonostante abbia contagiato circa un miliardo di persone e causato milioni di morti, nel Novecento la malattia di influenza spagnola è stata rapidamente rimossa dalla memoria collettiva, a causa della censura militare. Quando il morbo si diffuse, tra 1918 e 1919, i medici credevano che l’agente patogeno fosse un batterio e non possedevano gli strumenti adatti per identificare e combattere il virus. I fattori che favorirono il diffondersi del morbo furono il rientro dei soldati, lo spostamento delle truppe e le pessime condizioni igieniche, sanitarie e alimentari della popolazione, in costante sovraffollamento. Nella primavera del 1918 ci fu una prima ondata, chiamata “febbre dei tre giorni”, considerata lieve e banale. Venne ribattezzata “Spagnola” poiché i giornali della Spagna, un paese non sottomesso alla censura di guerra, ne parlò liberamente per prima. Nell’autunno del 1918 ci fu l’ondata più violenta: febbri altissime, dolori e complicazioni polmonari. Si concluse nell’inverno del 1918 e nei primi mesi del 1919, con un’ultima ondata di minore diffusione ma non meno letale. Durante questo periodo, le autorità imposero la chiusura dei centri sociali come cinema, caffè, teatri, scuole, divieti di allestire fiere e mercati. I comuni, ossessionati dall’idea che l’infezione derivasse dalla sporcizia, investì parecchio denaro sull’utilizzo di disinfettanti. I medicinali più richiesti, come aspirina, canfora e chinino, scarseggiarono e così i prezzi esorbitanti fecero cadere la popolazione nel collasso. Sui giornali, però, la tragedia venne minimizzata o addirittura taciuta, concentrandosi sull’attenzione per la vittoria di Vittorio Veneto. Dalle lettere private emerge però il vero dramma: il timore della fine del mondo, la fame nera, il sospetto di una guerra batteriologica tedesca e la disperazione dilagante. A differenza delle normali influenze, la Spagnola colpì soprattutto i giovani, di fascia media (20-40 anni) e, in particolare, le giovani donne. L’abolizione dei riti funebri tradizionali, condotti secondo il rituale cristiano, portò a un profondo trauma nell’animo della popolazione, affaticata a in bilico.
È importante considerare che l’influenza spagnola fu oggetto di scarsissimo interesse da parte delle autorità, poiché si preferiva concentrarsi sulla storiografia tradizionale. L’ecocritica rifiuta il fatto che la storia umana sia letta solo attraverso le dinamiche militari e/o politiche, ignorando l’impatto delle forze naturali e biologiche, come virus e pandemie, che determinano invece il destino della specie umana e animale. Inoltre, l’influenza spagnola portò a un degrado del paesaggio urbano e ambientale: guerra, carestia, rifiuti nelle strade, sovraffollamento e mancanza di acqua pulita. Pertanto, è possibile affermare che le sfide biologiche che ogni giorno siamo chiamati a combattere, come i virus e le pandemie, non possono essere separate dalle vicende umane, della storia naturale, poiché ci intersechiamo con tutto ciò che ci circonda.
La Spagnola è stata raccontata anche attraverso la storia dell’arte: ne è un esempio il dipinto Autoritratto dopo l’influenza spagnola (1919) di Edvard Munch. In questo dipinto, il pittore si autoritrae, seduto su una sedia di vimini, davanti al proprio letto. Munch dipinge la malattia come un’alterazione chimica del corpo: il volto è quasi informe, i lineamenti liquefatti e gli occhi sono piccoli, quasi volti a scomparire, simile a quanto fatto per L’Urlo. La pelle, colorita da colori verdastri e sintomatici di una malattia in corso, portano al pensiero della decomposizione vivente, poiché il pittore sta cambiando la propria fisionomia di pari passo con il propagarsi dell’epidemia dentro di sé. Per secoli il ritratto è stato il simbolo del proprio potere e della propria autorità sugli altri; qui, Munch svolge un’operazione inversa: gli occhi, che non hanno pupille, fissano il vuoto. Il suo silenzio visivo, che ricorda il saggio di Virginia Woolf Sulla malattia [DF1] (#_msocom_1) (1925), vuole dipingere il vuoto della quarantena e la desolazione della propria esistenza, che va sgretolandosi dentro di sé.
Sforzo analogo lo fa La peste (1947) di Albert Camus. Il romanzo, ambientato a Orano, una città sulla costiera algerina, dove la società moderna ha edificato e costruito la propria vita all’interno del centro urbano, vede la natura riprendersi il suo posto deputato. Migliaia di ratti fuoriescono dai tombini e dal sottosuolo per morire nelle strade, portando con loro il batterio. Davanti all’epidemia, le città vengono chiuse e le persone si arrendono allo scorrere inesorabile della natura. L’irruzione di un agente patogeno che scombussola la vita delle persone di una cittadina apparentemente soddisfacente, porta a considerare la natura come un’estranea. Camus ci dice che siamo solo degli abitanti nella natura, dei coinquilini, e aiutarsi a vicenda e comprendere i legami naturali sono le uniche vie per una scelta consapevole di vita negli ecosistemi.
Quasi cinquant’anni dopo Camus, anche José Saramago in Cecità (1995), dove non vi è una malattia alla base ma una vera e propria epidemia di “cecità bianca”. Il corpo umano, qui, si ribella, annebbiando chi vuole dominare il mondo con lo sguardo. In Saramago, la cecità diventa una malattia metaforica, del male che ci facciamo e che facciamo agli altri, diventando il simbolo della nostra incapacità di vedere (e intervenire) sull’impatto distruttivo delle nostre azioni sull’ambiente.
In conclusione, le epidemie non sono degli incidenti ma delle vere e proprie cicatrici che rimangono vive, fiammanti negli animi delle persone; sono dei racconti che ci permettono di osservare la storia della nostra umanità sotto molteplici punti di vista, anche grazie al filtro della letteratura.