La primavera è ormai alle porte, ed il primo pensiero non può che andare ai fiori. Un elemento che ci piace caricare di significati affettivi e sociali, e che possiamo reperire praticamente ovunque, in qualsiasi stagione. Tanto da darne per scontata la disponibilità quando invece, sotto molti punti di vista, scontata non è.
Prima di tutto, “piante” non è sempre stato sinonimo di “fiori”, anzi. Dal punto di vista evolutivo, i fiori sono un’invenzione abbastanza recente. Dalla colonizzazione della terraferma, avvenuta circa 470 milioni di anni fa, alle prime tracce fossili di piante con fiore (classificate dai botanici come “Angiosperme”, cioè piante a seme protetto) sono trascorsi più di 300 milioni di anni, durante i quali la fecondazione delle piante avveniva in modi più “rudimentali” e meno appariscenti, ma comunque efficaci: prima le felci sfruttando l’acqua e poi le conifere (o “Gimnosperme”, piante a seme nudo) con le loro modeste pigne dominavano indisturbate le foreste, e avrebbero continuato a farlo, se l’evoluzione non avesse cambiato le carte in tavola.
Il tipico paesaggio del Carbonifero
Prima della comparsa delle piante con fiore, era dominato da felci (sulla sinistra) e licopodi (sulla destra), strettamente associati all’acqua per il trasporto dei gameti e la fecondazione.
La comparsa dei fiori ha a tutti gli effetti rivoluzionato il meccanismo di fecondazione delle piante offrendo numerosi vantaggi riproduttivi noti fin dai tempi di Darwin: l’impollinazione “entomofila”, in cui l’insetto impollinatore diffonde il polline passando da un fiore all’altro, è possibile potenzialmente ovunque, dato che gli insetti hanno colonizzato praticamente ogni habitat esistente sulla terraferma. Per contro, l’impollinazione anemofila (che sfrutta il vento per disperdere il polline, come nelle graminacee), il secondo metodo di fecondazione più diffuso nelle piante, richiede necessariamente ampi spazi aperti come praterie e steppe, precludendo la colonizzazione di foreste e ambienti più “chiusi”. L’impollinazione entomofila, inoltre, ha dato il via ad un’enorme diversificazione delle piante in funzione della specializzazione del mutualismo tra fiore e insetto, rendendo possibile l’impressionante diversità di forme, colori e profumi che oggi osserviamo nei fiori, oltre a numerosissimi e straordinari esempi di coevoluzione: l’orchidea delle api (Ophrys apifera), comune nelle regioni temperate e mediterranee, ha evoluto fiori che simulano in tutto e per tutto l’aspetto e l’odore di una femmina di ape pronta ad accoppiarsi, illudendo i maschi che, passando disorientati di fiore in fiore in cerca della “finta” partner, distribuiscono il polline tra le orchidee mentre queste, in cambio, secernono qualche goccia di nettare.
Senza dubbio una magra consolazione, ma tanto basta da portare avanti un inganno che da milioni di anni fa prosperare questa specie. Similmente, ma in modo decisamente meno romantico, i fiori della Rafflesia (Rafflesia arnoldii) attirano mosche e altri insetti necrofagi attraverso un odore tanto ributtante per noi quanto irresistibile per loro: profumano letteralmente di morte, grazie a molecole come la putrescina e la cadaverina che simulano l’odore di carne in decomposizione, il piatto preferito di questi insetti che, deponendo le uova in quella che sembra essere una deliziosa carcassa, si sporcano con il polline trasportandolo alla Rafflesia più vicina, ed il gioco è fatto. Ancora, la fioritura della Macrozamia lucida è scandita da chiari segnali termici e chimici che guidano il suo insetto impollinatore Cycadothrips chadwickii esclusivamente verso i fiori fertili, massimizzando il successo riproduttivo della pianta.
Esemplare di Ophrys apifera & Esemplare di Rafflesia arnoldii
A SINISTRA: Esemplare di Ophrys apifera, in cui il petalo inferiore della corolla si è modificato nel tempo fino a rassomigliare in forma e colore l’aspetto dell’ape che lo impollina.
A DESTRA: Esemplare di Rafflesia arnoldii, il fiore più grande al mondo. È diffuso nei climi tropicali ed è conosciuto per l’odore pungente di carne in putrefazione che emana per attirare gli insetti necrofagi che lo impollinano.
C’è da dire poi che i fiori sono, semplicemente, belli. Proprio per questo sono sempre più numerosi gli studi che ne documentano l’effetto benefico sulla salute psicofisica, soprattutto se inseriti in contesti urbani: basta qualche ciclamino sul davanzale, o delle viole in un’aiuola ben curata, o ancora una siepe di gelsomino lungo il marciapiede per attivare i meccanismi fisiologici che rilassano la mente e riducono lo stress di chi vive in città. E quanto ci sarebbe ancora da dire sull’ispirazione artistica tratta dai fiori? Dei fiori si canta e si legge, i fiori si dipingono, si mangiano, addirittura. Provvedono a quella categoria di servizi ecosistemici “culturali e di supporto”, che spesso sfigurano rispetto a quelli più carismatici di regolazione ed approvvigionamento, ma che sono altrettanto fondamentali per il nostro benessere.
Eppure, le piante a fiore non se la passano per niente bene. L’utilizzo massiccio di pesticidi nell’agricoltura, benché oggi regolamentato in molti Paesi, ha causato una vera e propria moria di insetti impollinatori, minacciando di estinzione più di 40.000 specie insieme alle piante da essi impollinate. Emblematico è il caso delle api, responsabili dell’impollinazione del 75% delle colture agrarie globali, il 35% delle quali di interesse alimentare diretto per l’uomo: dal 1990 ad oggi, le popolazioni di api sono diminuite del 30% a causa sia dei pesticidi sia della scomparsa di habitat naturali come radure e praterie, in larga parte sostituite dalle colture intensive. Molti dei fiori più belli e apprezzati, come la lavanda, il girasole ed il mandorlo, dipendono proprio dalle api per l’impollinazione, come numerose piante commestibili e ad uso officinale, compresa buona parte della frutta e della verdura che consumiamo. Dove, poi, i pesticidi non arrivano, ci pensa il riscaldamento globale: oggi 150 specie a fiore degli ambienti alpini e prealpini come la celebre stella alpina (Leontopodium alpinum) rischiano di scomparire a causa dell’aumento anomalo delle temperature, che ne restringe progressivamente l’habitat disponibile spingendole verso quote sempre più elevate alla ricerca del freddo.
Conviene, allora, abituarsi all’idea di un mondo senza fiori? Forse non ancora. Gli investimenti Europei per la rinaturalizzazione dei paesaggi agricoli a tutela della biodiversità di specie impollinatrici sono notevolmente aumentati negli ultimi 15 anni in virtù degli obiettivi dell’Agenda 2030, e le pratiche agricole si stanno convertendo sempre di più ai metodi a ridotto impatto ambientale, come l’impiego minimo di pesticidi e l’adozione dell’agricoltura biologica ed integrata. Sebbene l’efficacia di queste misure vada verificata nel tempo, alcuni studi preliminari hanno dato risultati promettenti sotto l’aspetto della conservazione delle piante a fiore e dei relativi insetti impollinatori, indicando che potremmo essere sulla strada giusta. Abbiamo, quindi, ancora molte primavere per apprezzare questo straordinario prodotto dell’evoluzione da cui dipende la sopravvivenza di così tante specie, compresa la nostra.
Il fiore nella letteratura non è stato solo un elemento decorativo, una semplice fascinazione estetica, ma ha sempre avuto un sottotesto profondo per la sua capacità allegorica e metaforica. A metà tra vita e morte, passione e purezza, sacralità e veleno, il fiore è un vero e proprio agente letterario, dotato di quell’agency cui parla Serenella Iovino, ovvero la capacità di un elemento naturale di agire autonomamente, influenzandone la trama.
I fiori sono bellissimi. Di questo non bisogna dubitare. Spesso visti come soli ornamenti o simboli, i fiori offrono molto di più rispetto a quello che si potrebbe pensare. Se osservati con altri occhi, di natura scientifica e ingegneristica, essi si rivelano come prodotti finali di un percorso durato milioni e milioni di anni. Il fiore è a tutti gli effetti un sistema complesso di sensori che opera senza una fonte elettrica.
Se c’è una certezza che tutti ci portiamo dietro dalle scuole elementari, è che “le piante utilizzano la luce per trasformare l’acqua e l’anidride carbonica in zucchero e ossigeno”, quel processo chiamato fotosintesi clorofilliana che silenziosamente (e gratuitamente) ogni giorno da circa due miliardi di anni supporta la vita sulla Terra riempiendo l’atmosfera dell’ossigeno che respiriamo. Il tutto sfruttando la fonte inesauribile di energia per eccellenza: la luce solare.
Poche volte, nella storia climatica recente, ha fatto così caldo sulla Terra. I dati ricavati dai carotaggi estratti a più di due chilometri di profondità nei ghiacci dell’Antartide parlano chiaro: i passati episodi di riscaldamento climatico, parte del naturale ciclo glaciale-interglaciale che ha caratterizzato gli ultimi 800 mila anni, non hanno nulla a che vedere con quello che stiamo vivendo ai giorni nostri.
Il ghiaccio, nel mondo tecnologico, non è sempre stato al centro dell’attenzione: la maggior parte degli approcci ingegneristici comprendono spesso azioni come rompere il ghiaccio, scioglierlo oppure crearlo. Nonostante ciò, questa risorsa trovata in prevalenza nei ghiacciai è una risorsa climatica molto preziosa che purtroppo si sta consumando velocemente.