Poche volte, nella storia climatica recente, ha fatto così caldo sulla Terra. I dati ricavati dai carotaggi estratti a più di due chilometri di profondità nei ghiacci dell’Antartide parlano chiaro: i passati episodi di riscaldamento climatico, parte del naturale ciclo glaciale-interglaciale che ha caratterizzato gli ultimi 800 mila anni, non hanno nulla a che vedere con quello che stiamo vivendo ai giorni nostri. Non tanto per intensità, dato che già una volta, nel periodo interglaciale tra 140 e 125 mila anni fa chiamato “Eemiano” si erano toccate anomalie termiche di +1° C rispetto alle temperature preindustriali (oggi l’anomalia termica registrata è tra +1.2° C e +1.3° C), quanto invece per la rapidità con cui esso si manifesta. Per confronto, dopo l’ultimo massimo glaciale (circa 18-21 mila anni fa) in cui i ghiacci ricoprivano buona parte dell’Emisfero Settentrionale per uno spessore di circa 1 chilometro, sono trascorsi circa 6 mila anni perché le temperature si ristabilissero ai valori precedenti alla glaciazione, ad un ritmo di circa +0.07 gradi per secolo; l’anomalia termica che stiamo sperimentando attualmente sta avanzando, anzi, correndo, a circa +2 gradi per secolo, un ritmo 25-30 volte più rapido del normale.
Illustrazioni dei dati ricavati dai carotaggi effettuati in Antartide.
A sinistra, la variazione ciclica negli ultimi 800 mila anni dell’anomalia termica globale rispetto alla temperatura media globale degli ultimi 1000 anni; a destra, la variazione dell’anomalia termica globale negli ultimi 2000 anni, rispetto alla temperatura media globale del periodo 1950-1980. L'immagine è stata modificata graficamente.
Gli effetti a dir poco catastrofici di questo fenomeno sono, ormai, sotto gli occhi di tutti: siccità, nubifragi, ondate di calore si manifestano con frequenza ed intensità sempre maggiori, causando un aumento significativo della mortalità e dei flussi migratori, con importanti ripercussioni economiche e sociali; la tropicalizzazione del clima nelle latitudini temperate minaccia la sopravvivenza delle specie animali e vegetali che da milioni di anni sussistono in questi ambienti, favorendo specie “aliene” (non autoctone del luogo in cui si trovano) meglio adattate a temperature più alte, come il celebre caso del granchio blu Callinectes sapidus, arrivato nel Mediterraneo probabilmente attraverso le acque di zavorra delle navi commerciali, insieme a numerosi altri “ospiti indesiderati” responsabili di sensibili danni ecosistemici come il pesce scoiattolo Sargocentron spiniferum e l’alga verde Caulerpa racemosa.
L’elenco è ancora lungo, ma tra gli effetti del riscaldamento climatico uno in particolare solleva grande preoccupazione tra i ricercatori: lo scioglimento, o, più correttamente, la fusione della criosfera (che include i ghiacciai montani, le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide, il ghiaccio marino, la neve e il permafrost), che, stando alle stime più recenti, si sta riducendo di 87 mila chilometri quadrati all’anno, un’area grande circa quanto il Portogallo, con una perdita di più di 28 trilioni di tonnellate di ghiaccio nell’arco di soli vent’anni. Questo fenomeno innesca quello che in climatologia si definisce “polar amplification”, responsabile dell’accelerazione del riscaldamento climatico. La neve e il ghiaccio che ricoprono i Poli costituiscono uno “scudo” bianco che riflette quasi tutta la radiazione solare (ha, cioè, un’albedo elevata), contrastando l’assorbimento di calore ed isolando la temperatura della superficie sottostante; questo garantisce un clima stabilmente freddo in grado di preservare a lungo spessi strati di ghiaccio e neve. Se, però, il riscaldamento dell’atmosfera è tale da portare il ghiaccio a fusione, le porzioni di suolo che vengono così scoperte iniziano ad accumulare calore molto rapidamente, poiché più scure, riscaldando inevitabilmente l’atmosfera ed il ghiaccio circostante per irradiamento, un po’ come i termosifoni riscaldano le nostre abitazioni. L’aumento di temperatura accelera la fusione del ghiaccio, che implica l’esposizione di un’area di suolo ancora più grande e quindi l’assorbimento di ulteriore calore. Si innesca, così, un circolo auto-alimentato di fusione e riscaldamento in grado di trasformare una lieve anomalia termica in un innalzamento spropositato ed incontrollato della temperatura.
Ciò indebolisce in maniera significativa il raffreddamento esercitato dai Poli sul clima globale, togliendo un importantissimo “freno” naturale al cambiamento climatico. Secondo i modelli dell’IPCC la polar amplification giocherà, infatti, un ruolo chiave nelle future tendenze del clima. In particolare, faciliterà il raggiungimento di alcuni dei più importanti “tipping points”, ossia valori di anomalia termica globale (spesso intorno a +1.5° C e 2 °C rispetto allo standard preindustriale) oltre i quali processi come l’aumento del livello dei mari, l’alterazione della circolazione oceanica, la fusione delle calotte glaciali diventeranno irreversibili. Ciò comporterà, nel giro di qualche secolo o millennio, cambiamenti radicali nell’ambiente come lo conosciamo: Artide e Antartide del tutto spogli dal ghiaccio, linee di costa arretrate di centinaia di metri, interi ecosistemi spazzati via da siccità, desertificazione e acidificazione dei mari.
Variazione nello spessore di ghiaccio marino (“floating”) e terrestre (“grounded”) dal 1995 al 2015, con dettaglio sull contributo all’aumento del livello dei mari.
Stando alla letteratura scientifica disponibile, finché non si supera la soglia critica di +1.5° C, c’è ancora spazio di manovra per scongiurare lo scenario appena descritto, se l’adozione delle misure di mitigazione del riscaldamento climatico sarà quantomai tempestiva ed efficace. Un grosso “se”, a dire il vero. Nonostante la produzione energetica da fonti rinnovabili sia notevolmente aumentata negli ultimi dieci anni, nel 2024 è stato toccato il massimo storico di emissioni di CO2, pari a 53.2 miliardi di tonnellate, segnalando un’ostinata egemonia delle fonti fossili nel panorama mondiale delle risorse energetiche. Nonostante gli ambiziosi obiettivi delineati dagli accordi internazionali in vigore, in primis il Trattato di Parigi (2015) con cui gli Stati firmatari si sono impegnati a mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei +1.5°C, i risultati ottenuti finora si sono rivelati ampiamente insoddisfacenti, sollevando dubbi sull’efficacia delle strategie adottate dalle singole Nazioni: si investe, sì, sulla transizione energetica, sulla compensazione delle emissioni, sulle tecnologie di cattura della CO2, eppure ancora si finanzia la ricerca di giacimenti di petrolio e gas naturale e si riattivano vecchie centrali a carbone. Rinunciare al combustibile fossile costituisce, in definitiva, l’azione più efficace per mitigare il contributo antropico al riscaldamento climatico. Inoltre, è imperativo agire nel più breve tempo possibile, finché i fenomeni chimico-fisici ad esso correlati, come la polar amplification, sono ancora reversibili.
Dopo, non si tratterà più di contrastare il cambiamento, ma soltanto di adattarsi alle sue drammatiche conseguenze.
Per secoli, le discipline storico-letterarie hanno considerato il ghiaccio come il confine ultimo dell’umano. Alleato naturale, simbolo del sublime, della ricerca dell’immobilità temporale e del raggelamento delle passioni, è un fenomeno particolarmente sentito da poeti e artisti. Nel periodo medievale, intorno al X-XI secolo, la riduzione delle dimensioni dei ghiacci polari hanno permesso alle popolazioni del nord, i Vichinghi provenienti dalle regioni scandinave, di valicare i territori e solcare il nord dell’Atlantico, colonizzando dapprima la Groenlandia e, successivamente, le prime terre dell’America settentrionale.
Il ghiaccio, nel mondo tecnologico, non è sempre stato al centro dell’attenzione: la maggior parte degli approcci ingegneristici comprendono spesso azioni come rompere il ghiaccio, scioglierlo oppure crearlo. Nonostante ciò, questa risorsa trovata in prevalenza nei ghiacciai è una risorsa climatica molto preziosa che purtroppo si sta consumando velocemente.
Trieste significa, da sempre, vento. Passanti aggrappati a corde o altri supporti per non volare via, ombrelli rovesciati e spezzati, autobus che barcollano. Questa la quotidianità dell’inverno nella città sferzata dalla famosa Bora, un vento “catabatico” – cioè una corrente fredda che si sposta da un’altitudine maggiore ad una inferiore, per esempio discendendo lungo un pendio – proveniente da Nord-Est, nella regione dei Balcani, che si manifesta in violente raffiche di velocità anche superiore ai 100-150 km/h.