“Se li conosci, li ami”. Riflessioni sul rapporto tra l’essere umano e gli (altri) animali con l’etologo Enrico Alleva

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aprile 30, 2026
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Due settimane fa sono stati ritrovati uccisi, probabilmente avvelenati, più di 10 lupi grigi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Lo stesso teatro della triste e chiacchierata vicenda dell’orsa Amarena, che solo tre anni fa veniva abbattuta a fucilate da un bracconiere, lasciando orfani i suoi due cuccioli.
Un caso che aveva portato al centro della cronaca una realtà quasi dimenticata, ma evidentemente ancora molto attuale: le popolazioni che vivono a stretto contatto con gli animali selvatici, in particolar modo quando si tratta di predatori come lupi e orsi, spesso percepiscono queste specie come un pericolo da cui difendersi, dei temibili killer che minacciano il bestiame piuttosto che importanti rappresentanti del patrimonio italiano di biodiversità, da tutelare e valorizzare. Viene da chiedersi, si può cambiare una volta per tutte il paradigma del “lupo cattivo” o siamo destinati ad un’eterna rivalità con questi animali?
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Ne ho parlato con il Professor Enrico Alleva, etologo (ossia biologo specializzato nel comportamento animale) socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei e già Vice Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, che attribuisce questa ostilità fondamentalmente alla perdita delle tradizioni culturali legate all’ambiente agricolo e zootecnico: “Manca quella che mi piace definire zooantropologia, un insieme di conoscenze legate ai rapporti con gli animali e con il territorio che si tramandava di generazione in generazione nei contesti rurali e che permetteva una convivenza tutto sommato abbastanza pacifica anche con i predatori. Tutti sapevano che il serpente, come il barbagianni, mangia i ratti che altrimenti infestano i granai, che le oche cacciano via le volpi dai pollai, che i cani pastore difendono gli ovili dai lupi”. Oggi, invece, complice la migrazione verso le città iniziata già durante il primo dopoguerra e le grandi ondate migratorie dal Meridione, le nuove generazioni hanno in larga parte abbandonato l’ambiente rurale e con esso, purtroppo, tutto il bagaglio di conoscenze e tradizioni che permettevano un equilibrio tra persone, predatori e animali domestici. Ricostituire questo sistema di valori e di pratiche è indispensabile soprattutto per non vanificare gli sforzi di conservazione di lupi e orsi, che finalmente stanno mostrando i primi risultati, ma che inevitabilmente aumentano le occasioni di contatto con l’essere umano. “Dotare gli allevatori di cani da pastore a protezione delle greggi” suggerisce Alleva “può aiutare, come anche allestire delle recinzioni idonee, ma è fondamentale alfabetizzare la popolazione sul rapporto con gli animali selvatici: le persone devono sapere come comportarsi quando entrano in un Parco dove ci sono i lupi o gli orsi. Negli Stati Uniti, ad esempio, tengono delle lezioni obbligatorie su questo ai visitatori, spiegano cosa fare se si incontra un orso, quali sono gli odori che lo attirano, i comportamenti che possono innescare istinti di difesa”.
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Fondamentale è anche il monitoraggio degli individui più “coraggiosi” (dall’inglese “bold”, termine usato in etologia per animali dalla personalità meno timorosa nei confronti dell’essere umano e degli ambienti sconosciuti) che si avvicinano più frequentemente di altri ai centri abitati o agli allevamenti. “In quel caso vanno ricollocati in zone dove, per esempio, la popolazione è in declino e c’è bisogno di nuovi individui. Nei parchi statunitensi è stata prassi in molte occasioni”. Ricollocare, dunque, anziché abbattere. Sì, perché a volte l’abbattimento produce risultati nulli, se non controproducenti soprattutto nel caso di specie gregarie come il lupo. Come puntualizza Alleva, l’etologia ci ha insegnato che i branchi hanno una gerarchia ben definita in cui ogni membro è necessario per la riuscita della caccia. “Nel momento in cui uno di questi viene a mancare, il branco si indebolisce e prende di mira prede facili come pecore o galline, risparmiando specie di grossa taglia come i cinghiali che, infatti, stanno invadendo i nostri centri abitati perché non hanno nessun predatore naturale”. Ciò evidenzia l’importantissimo ruolo ecologico dei predatori, che controllano la popolazione delle prede impendendo che queste sovraffollino l’ecosistema, danneggiandolo: i cinghiali distruggono le colture e causano gravi incidenti stradali, le nutrie compromettono l’integrità degli argini fluviali, mentre i caprioli distruggono i germogli delle piante giovani. Tutti questi danni verrebbero evitati se ci fosse una popolazione sufficientemente ampia di lupi (ma anche sciacalli e linci, ad esempio) ad arginare la crescita demografica di queste specie.
Far conoscere alla popolazione queste dinamiche è indispensabile affinché si costruisca un senso di rispetto verso i grandi mammiferi carnivori, aiutando a rimuovere lo stigma che da tempo li accompagna, ostacolandone la conservazione. A tal proposito, Alleva ha contribuito molto in prima persona come divulgatore, sia attraverso programmi televisivi noti come Geo&Geo e Maurizio Costanzo Show di cui è stato ospite in diverse occasioni, sia attraverso pubblicazioni sul tema della zoologia e dell’etologia (Il tacchino termostatico. Un etologo e i suoi animali, pubblicato nella collana Nature, Franco Muzzio Editore 2011). “È fondamentale” prosegue Alleva “anche il contributo dell’istruzione primaria e secondaria: portare le classi nei musei naturalistici, nelle oasi naturali. Educare al contatto con la natura, all’osservazione scientifica. Insegnare ad ascoltare, a riconoscere gli uccelli che si sentono cantare ogni mattina, per esempio”. Così la scuola (ma anche la famiglia) dovrebbe incoraggiare la predisposizione positiva dei bambini nei confronti della natura e degli animali, a prescindere che si tratti di lupi o agnelli. Con benefici, tra l’altro, anche per la salute: “Il cervello umano” aggiunge Alleva “si è adattato nel corso di milioni di anni al soundscape [paesaggio sonoro, ndr] e agli odori della natura, di cui la vita in città ci ha privato. Perciò fare una passeggiata nel bosco, sentendo il profumo dei pini e il canto degli uccelli abbassa lo stress, perché riporta al nostro cervello stimoli familiari, confortanti. C’è una crescente letteratura scientifica a riguardo”.
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In conclusione, Alleva ci tiene a rimarcare ancora una volta l’importanza della diffusione della conoscenza ai fini della conservazione, a maggior ragione quando si tratta di predatori: sapere che i lupi cacciano le pecore perché li abbiamo eliminati in modo sconsiderato, o che un orso attacca solo perché teme per se stesso o per i propri cuccioli, non serve certo a giustificare questi episodi, ma a far capire qual è il quadro completo e quali sono i modi davvero efficaci per risolvere il problema alla base, senza limitarsi ad incolpare capri espiatori fini a se stessi. E poi, conoscere il perché dei comportamenti degli animali è il primo passo per suscitare empatia nelle persone, predisponendole ad un approccio di tutela anziché di ostilità nei loro confronti.
Un concetto perfettamente riassunto dalle parole dell’etologo premio Nobel Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna, prese in prestito da Alleva alla fine della nostra chiacchierata: “Se li conosci, li ami”.

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