In fin dei conti, l’essere umano è un animale, no? Il grande palcoscenico dell'evoluzione ci ha traghettati dal ramo di un albero alla sedia di un ufficio, trasformandoci da primati selvaggi a cittadini civilizzati (non sempre).
Nonostante il DNA ci tenga ancorati al regno animale, abbiamo costruito un habitat che non somiglia a nient'altro in natura. Usiamo spesso l’espressione “giungla urbana” per dare un tono esotico al caos del traffico o al disordine dei servizi, cercando di ricondurre l'imprevedibilità della città a una sorta di stato selvaggio. Ma stiamo barando, da una parte c’è la vera giungla: quella dell'Amazzonia o del Congo, dove la sopravvivenza segue leggi spietate ma silenziose. Dall’altra c’è la nostra giungla: quella di Manhattan o di una metropoli europea, fatta di vetrate, fibra ottica e caffè d'asporto.
La nostra ricerca parte da qui: da due mondi che condividono nomi simili ("giungla", "predatori", "territori") ma che non potrebbero essere più distanti tra loro. Purtroppo, la realtà è sotto gli occhi di tutti: l’impronta dell'industrializzazione è diventata così profonda da soffocare gli spazi selvaggi, riducendo i regni della natura a frammenti sempre più isolati. Tuttavia, non tutto è perduto. Se l'uomo ha creato il problema, sempre l'uomo sta provando a risolverlo con i suoi strumenti più avanzati. Nel 2026, l’Intelligenza Artificiale e la tecnologia non sono più una promessa del futuro, ma alleate quotidiane nella salvaguardia del pianeta.
Oggi, una miriade di iniziative globali sta riscrivendo le regole della protezione ambientale e della fauna. Grazie allo sviluppo di algoritmi di AI all'avanguardia, siamo in grado di potenziare il monitoraggio della fauna, ascoltare la natura nascosta e prevenire bracconaggi e molto altro.
Nella parco di Yaguas esistono moltissime specie di animali e insetti, però questo paradiso è sotto costante minaccia da parte di attività illegali ed è in mancanza di fondi per supportare il monitoraggio della fauna locale. Ecco che in questo caso l’AI può venire in aiuto con soluzioni economiche per poter catalogare specie di insetti e animali. Altre tecnologie che sono state utilizzate coinvolgono pezzi di DNA ambientali, grazie ai quali i campioni dell’acqua dei fiumi vengono usati per rilevare tracce biologiche di pesci e altri animali acquatici. Oppure anche fototrappole o strumenti acustici per rilevare animali di grossa portata o uccelli.
Tra questeiniziative è giusto citare anche la comunità WILDLABS, composto da membri che stanno ricercando e studiando modi più intelligenti e meno invasivi per il monitoraggio della fauna in territori come anche della flora.
Un altro nodo cruciale nel rapporto tra uomo e natura riguarda l’impatto delle nostre infrastrutture — come strade, autostrade e ferrovie — sugli habitat naturali. Queste reti di comunicazione, pur essendo vitali per noi, tagliano spesso in due i territori della fauna selvatica, creando barriere insormontabili e pericoli costanti. Oltre alla necessità di ripensare il modo in cui costruiamo, per garantire passaggi più fluidi agli animali, oggi la tecnologia ci offre soluzioni innovative per mitigare questi rischi.
Un esempio eccellente arriva dalla startup Flox Intelligence che ha sviluppato un dispositivo chiamato Flox Edge. Il dispositivo, piazzato su un albero oppure su un’area attivamente viva, è dotato di telecamere per scansionare l’ambiente circostante e grazie all’AI viene identificata l’animale in avvicinamento. A seconda dell’animale avvicinatosi, viene prodotto un suono mirato e percepito come minaccia dall’animale, minimizzando l’inquinamento acustico per gli altri animali o esseri umani.
Immagine ispirata dall'articolo "Syracuse-based startup uses AI to communicate with wildlife" modificata con AI e modificata ulteriormente
L'uomo oltre a cercare di proteggere la natura; spesso la osserva per “trarne” i segreti evolutivi. Un esempio affascinante di biomimesi riguarda il rapporto tra il falco pellegrino e l’ingegneria aeronautica. Il protagonista è proprio questo rapace, celebre per le sue picchiate a velocità vertiginose.
La struttura del falco in volo è stata una fonte d'ispirazione (o un'incredibile conferma) per il design del bombardiere B-2 Spirit. Come evidenziato da Wild Bloo, il design del B-2 elimina la classica coda verticale per ottenere un profilo tutt'ala estremamente pulito. Questa forma a cuneo imita quella assunta dal falco per ridurre al minimo l’attrito con l’aria e massimizzare la velocità.
Più che un’imitazione diretta, si tratta di una straordinaria analogia: i progettisti sono arrivati a questa forma attraverso complessi calcoli di fluido-dinamica, solo per scoprire che la natura aveva già “scritto” quelle stesse equazioni milioni di anni prima. Il falco pellegrino è, a tutti gli effetti, un capolavoro di ingegneria naturale che ha risolto problemi di aerodinamica molto prima che l'uomo iniziasse a sognare il volo.
Immagine inspirata da theaviationist.com però schematizzata con Gemini
Se prima il rapporto tra uomo e animale si poteva dire distaccato, visto gli studi teorici. Non si può dire lo stesso per come l’uomo tutt’ora esplora la natura, con macchine che urtano i preziosi ecosistemi marini o della flora e fauna. Da questo lato nuove ricerche sono state sviluppate e adottate per lo studio del mondo animale in modo da non impattarlo negativamente.
Un progetto esempio per questo topic è quello portato avanti dal Soft Robotics Lab dell’ETH di Zurigo, dove i ricercatori hanno spinto i confini della robotica bioispirata. Il risultato più avanzato di questa ricerca è SoFi, un pesce robotico.
A differenza dei droni subacquei tradizionali che usano eliche rumorose e invasive, Eve utilizza la soft robotics. La sua struttura combina una testa rigida stampata in 3D, che ospita il 'cervello' e i sensori, a una coda in silicone morbido. All'interno della coda non ci sono motori meccanici visibili, ma un sistema idraulico: una pompa interna sposta l'acqua da una parte all'altra di due camere flessibili, facendo flettere la coda proprio come farebbe un vero muscolo di un pesce. Questo le permette di nuotare in modo fluido e, soprattutto, silenziosamente.
Eve non si limita a nuotare; è un vero laboratorio galleggiante. È dotata di:
Visione computerizzata: Una telecamera ad alta risoluzione cattura immagini della fauna selvatica senza spaventarla.
Sonar e sensori di pressione: Le permettono di mappare i fondali e schivare gli ostacoli (come i coralli) in totale autonomia.
Campionamento di eDNA: Questa è la sua caratteristica più rivoluzionaria. Mentre nuota, Eve aspira l'acqua e la fa passare attraverso dei filtri che intrappolano piccoli frammenti di DNA lasciati dagli organismi marini (pelle, muco, escrementi). Una volta riportato il robot in superficie, gli scienziati analizzano questi filtri per capire quali specie vivono in quella zona, comprese quelle rare che si nascondono alla vista.
Robotic Fish 'Eve'
Immagine ispirata dall'articolo Exploration of underwater life with an acoustically controlled soft robotic fish
Gli studi pubblicati hanno dimostrato che questo tipo di tecnologia può operare fino a 18 metri di profondità e resistere alle correnti marine. I test effettuati (inizialmente alle isole Fiji e poi nei laghi svizzeri) hanno confermato che i pesci reali accettano Eve come uno di loro, permettendole di avvicinarsi a distanze impossibili per un subacqueo o un drone tradizionale. In un possibile futuro si potrebbero anche creare flotte di pesci robotici capaci di monitorare la salute degli oceani in tempo reale, aiutando i biologi a proteggere le barriere coralline dal cambiamento climatico senza alterare minimamente il delicato equilibrio degli habitat locali.
Dallo studio all'azione concreta il passo è breve. Se è vero che l'impatto umano sulla natura è spesso distruttivo, esiste un lato della tecnologia mosso da una profonda empatia: quello che si occupa di riabilitazione e cure veterinarie. Un esempio straordinario arriva da uno studio di Sarpong et al., che analizza come la rivoluzione digitale stia cambiando il destino degli animali che hanno subito amputazioni. Grazie a un flusso di lavoro innovativo, oggi è possibile restituire mobilità a cani, gatti e persino animali selvatici con una precisione chirurgica.
Il processo si divide in tre fasi chiave, trasformando la medicina veterinaria in un'arte ad alta tecnologia:
Scansione 3D: Al posto dei vecchi e fastidiosi calchi in gesso, si utilizza uno scanner laser per catturare l'esatta anatomia del 'moncone' dell'animale in pochi secondi.
Modellazione CAD: Questi dati vengono elaborati al computer per progettare un'interfaccia protesica ergonomica. È qui che avviene la magia: la protesi viene disegnata su misura per evitare sfregamenti e distribuire il peso in modo naturale.
Stampa 3D: Infine, il progetto digitale diventa realtà. Utilizzando stampanti 3D e materiali leggeri ma resistenti, si crea la protesi finale, permettendo all'animale di tornare a correre e interagire con l'ambiente in tempi record.
Questa sinergia tra ingegneria e medicina non si limita a 'riparare' un danno, ma ricostruisce la qualità della vita dell'animale, dimostrando come l'innovazione possa essere il miglior alleato della compassione.
In questo intreccio tra silicio e biologia, emerge una verità inaspettata: la tecnologia più avanzata non ci sta allontanando dalla natura, ma ci sta finalmente fornendo gli occhi per guardarla davvero e il linguaggio per tornare a parlarle. Se per secoli abbiamo usato il progresso come un'arma per dominare e recintare l'indomabile, oggi stiamo imparando a usarlo come un ponte. Il pesce robotico che nuota invisibile tra i coralli, l'algoritmo che interpreta il battito d'ali di un rapace o la protesi stampata in 3D che ridona la corsa a un animale ferito non sono semplici esercizi di stile ingegneristico. Sono atti di riconciliazione. Rappresentano il tentativo dell’essere umano di smettere i panni del predatore globale per indossare quelli del custode consapevole.
In fin dei conti, la vera "giungla urbana" non è quella fatta di traffico e grattacieli, ma è il labirinto di responsabilità che abbiamo costruito attorno a noi. Uscirne non significa rinunciare alla nostra evoluzione, ma metterla al servizio di quella vita che, milioni di anni fa, ci ha permesso di scendere dal ramo dell'albero e iniziare a camminare.
Il rapporto tra uomo e animale è uno dei più complessi nella visione ecocritica: violento, simbolico e metaforico. Per secoli la filosofia, il diritto e la religione hanno focalizzato l’attenzione sull’umano in sé, ma la letteratura, la storia e l’arte restituito una verità diversa: l’animale non è l’opposto dell’uomo, ma il suo riflesso più autentico.
Due settimane fa sono stati ritrovati uccisi, probabilmente avvelenati, più di 10 lupi grigi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Lo stesso teatro della triste e chiacchierata vicenda dell’orsa Amarena, che solo tre anni fa veniva abbattuta a fucilate da un bracconiere, lasciando orfani i suoi due cuccioli.
I fiori sono bellissimi. Di questo non bisogna dubitare. Spesso visti come soli ornamenti o simboli, i fiori offrono molto di più rispetto a quello che si potrebbe pensare. Se osservati con altri occhi, di natura scientifica e ingegneristica, essi si rivelano come prodotti finali di un percorso durato milioni e milioni di anni. Il fiore è a tutti gli effetti un sistema complesso di sensori che opera senza una fonte elettrica.
Dalla prima lampadina alle moderne tecnologie basate sulla luce, l’illuminazione non rappresenta soltanto un progresso tecnico, ma un capostipite dell’evoluzione scientifica umana. Ogni “innovazione luminosa” ha contribuito pezzo dopo pezzo all’espansione di una parte della società contemporanea: più efficienza energetica, nuove applicazioni industriali e casalinghe, infrastrutture intelligenti e molto altro.
Devastante, distruttivo e incessante: questo è il fuoco. Un elemento che, da risorsa utile, può trasformarsi in un’arma letale per l’ecosistema. Principalmente noto per la sua devastante ferocia negli incendi di boschi e foreste, può sprigionare una forza capace di causare distruzione ovunque, se non viene controllato tempestivamente.